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Figli delle Alpi. 

Le colonie Walser a meridione del Monte Rosa

 

La presente relazione è stata elaborata ed esposta (gennaio 2008) nell'ambito del Corso di Storia dei movimenti di popolazione, professoressa Marina Cavallera, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano. Ulteriori revisioni ed aggiunte sono state integrate nel testo in anni seguenti, fino al marzo 2012. Tutti i diritti sono riservati. 

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“I Walser non devono essere considerati come un’isola, ma come la punta emergente di un iceberg, la cui parte sommersa è in genere l’intera civilizzazione del mondo alpino” (Luigi Zanzi)

“Gli studiosi delle Alpi, tuttavia, hanno quasi sempre ritenuto che gli abitanti delle montagne fossero condannati ad essere poveri.” (Pierpaolo Viazzo)

“Ach wier schwer fältlt es mir aus der Heimat zu gehn wen die Hoffnung nicht wär auf ein Wieder Wiedersehn” “Ah, come sarebbe penoso andar via dal mio paese se non avessi la speranza di ritornarvi”

(Gressoney, Walser Kulturzentrum, a cura di., 1991) 

Nel V secolo D.C., una popolazione germanica proveniente dall’attuale Svevia, gli Alemanni, diede inizio ad una grande migrazione verso sud, nel corso della quale arrivò a colonizzare terre attualmente comprese tra l’Oberland Bernese e la Valle dell’Aare. La sua espansione terminò nell’anno 1000 e comprese  l’intero territorio dell’odierna Confederazione Elvetica, nota come Wallis o Vallese; da qui, in tempi successivi alla loro seconda migrazione, derivò il nome di Walliser per questi popoli, poi abbreviato in Walser. L’accennata “seconda migrazione” dei Walser ebbe origine nel XII-XIII secolo. In realtà, questo movimento fu composto da innumerevoli spostamenti di gruppi familiari, dovuti all’eccessivo popolamento nella zona precedentemente colonizzata, alla penuria di terreni da pascolo liberi nell’alto Vallese e favoriti dalle insolite condizioni climatiche: l’optimum climatico medievale, ovvero un periodo di temperature alte e grande arretramento dei ghiacciai, che permise il valico dei passi alpini e la discesa nelle vallate a meridione del Monte Rosa. Questi spostamenti avvenivano solo di giorno ed erano caratterizzati da grande complessità logistica, dovendo muovere contemporaneamente decine, se non centinaia, di viandanti, con masserizie e viveri, armenti e cavalcature al seguito. Particolarmente disagevole dovette essere il valico delle Alpi per le donne ed i bambini, gli anziani, i malati. Per quanto concerne la Valle d’Aosta, i Walser vi giunsero tramite il Colle del Teodulo o Theodulpass (valli di Zermatt e Valtournanche) ed il Passo del Monte Moro (valli di Saas ed Anzasca). Le valli intermedie vennero raggiunte tramite i valichi di Cime Bianche, della Bettaforca e di Olen; una seconda direttrice migratoria si sviluppò dal Monte Moro fino alle valli Anzasca e Valsesia, tramite il Colle del Turlo. Altri passi importanti furono quello del Gries, per l’accesso all’alta valle del Toce, ed il Passo del Sempione. Il valico del Monte Moro fu alla base della fondazione coloniale di Macugnaga. La ricostruzione storiografica di questi transiti, tuttavia, fu lenta e laboriosa. Le origini di questi popoli “vallesani” furono infatti ponderate a lungo: nell’Ottocento vi furono addirittura studiosi che li ritennero discendenti dei militi germanici di una legione romana, prima di comprendere l’antico e dimenticato legame con il Vallese. 

Grande era il mistero legato a queste genti, così simili ai “tedeschi” d’oltralpe, e tuttavia da essi separate da imponenti baluardi naturali. Generazioni di Autori e di ricercatori, per secoli, tentarono di ipotizzarne le origini, fornendo spesso ipotesi del tutto fantasiose e prive di qualsiasi fondamento storico. Labili erano del resto le tracce storiografiche; tra queste, citiamo a titolo di esempio la rara Carta di Madama Reale, realizzata nel 1680 da G. T. Borgonio per Maria Giovanna Battista, duchessa di Savoia e Principessa di Piemonte. Questa carta è forse l’unica a ricordare la presenza Walser in Ayas, mediante la dicitura Aiax aleman, che rievoca l’usuale definizione di Canton des Allemands. Similare citazione (Deutsch Ayax) è riportata nella carta dei Fratelli von Reilly, Das Herzogthum Aosta, 1796.

Nel febbraio 2011, Varasc.it ha analizzato l'opera dell'Abbé Joseph-Marie Henry, ove si specifica: La paroisse d'Ayas, qui existait déjà comme celle de Brusson vers 600, fut peuplée déjà à cette date par des colonies allemandes qui établirent leurs premières maisons au sommet de la paroisse, à la Varda soit à Nanha. Saint-Jacques d'Ayas est appelé encore, on le sait, Saint-Jacques des Allemands. 

Il canonico Pierre-Etienne Duc nella sua opera Histoire des églises paroissiales de Gressoney St-Jean et de Gressoney La Trinité, pubblicata nel 1866 ad Aosta presso l'Imprimerie Lyboz Damien, trattò l'allora inesplicabile dilemma dei coloni walser dell'alta Val d'Ayas. Simler, dans le XVIe siècle, indique cette route aux Suisses comme un passage naturel pour venire chex les Salasses, à la vallée d'Ayas et à celle qu'ils appelaient la vallée des marchands: Martia vallis incipit Silvio (Mont Cervin), per hunc iter est ad Salassos et Ajazam vallem et quam nostri vocant das Kremerthal. On voit encore au sommet d'Ayas les traces d'un chemin montant du village de Fiery, où il y a actuellement l'auberge Fosson, et longeant par détour la montagne du Vasé, et celle de la Ventina, lesquelles vont aboutir aux Cimes-Blanches voisines du Mont-Cervin. On dit même que les habitants du village de Vera dépendaient de la paroisse de Praborna en Valais, dont la montagne confine avec celle de Vera et, à l'appui de cette assertion, les vieillards d'Ayas se souviennent d'avoir vu, et peut-être le verrait-on encore, un petit trajet de chemin pavé qui allait se perdre sous les glaciers. 

Pubblicato ad Aosta nel 1888 da Chanoine Séraphin Vuillermin, il volume Le Mandement de Graines et ses franchises affrontò a sua volta l'enigma, fornendo una spiegazione del tutto fantasiosa: le misteriose genti di ceppo germanico sarebbero state eredi di manipoli di schiavi romani, inviati in alta quota dai maggiorenti romani, prima del crollo dell'impero. Nous n'avons pas de raison pour combattre l'assertion de ceux qui disent que cette vallée a été d'abord habitée dans son extrémité septentrionale par des tribus germaines. Nous croyons cependant que ces peuples, celtiques, salasses, ou que sais-je, n'ont pas tardé à faire connaissance avec la race latine. (...) C'étaient là, croyons-nous, des ouvriers malheureux que des patriciens romains avaient envoyés dans plusieurs de nos vallées latérales pour y exploiter de minières. Tel est le sentiment de plusieurs savants, concluse il dotto Autore, citando inoltre il canonico Gal, Charles Promis e Bénédict de Saussure.

L'enigma è durato a lungo. Mario Aldrovandi, nel 1966, ipotizzava ancora Sarmati, Angli e Sassoni, Cimbri, Roccolani "fusi con i Goti" alla base delle inspiegabili presenze germanofone radicate nella bella Valle del Lys.

La lingua Walser è stata a lungo studiata ed analizzata, riconosciuta infine come simile all’antico dialetto “Altissimo alemanno”, proprio della Germania meridionale, e ad un’ancestrale forma di idioma tedesco adottato nell’attuale Confederazione Elvetica. In Italia e forse in Europa il dialetto più puro ed aderente all’originale è il titsch, ancora parlato ad Issime. La fine dell’optimum climatico medievale vide un secolare periodo di avanzata dei ghiacciai nell’emisfero settentrionale del pianeta, durato fino a metà Ottocento. Questo fenomeno, noto come “Piccola Glaciazione” - le cui cause sono ancora dibattute[1] - provocò grandi cambiamenti nella vita e nei costumi di innumerevoli popoli, in Europa ed altrove. Sulle Alpi l’effetto fu devastante, nel lungo periodo, poiché rese dapprima precari e quindi impraticabili i collegamenti, i valichi, le millenarie vie di commercio con la Francia ed il Vallese, obbligando alla migrazione popolazioni da sempre legate agli introiti provenienti dai viandanti. Lo choc climatico fu enorme: nelle cronache parrocchiali dell’anno 1600 si legge come la neve fosse rimasta a Riva Valdobbia fino a maggio, “alta ad collum viri honestae staturae”. In questo contesto, i Walser subirono un destino forse peggiore, vale a dire la perdita progressiva dei contatti con la madrepatria: per le colonie a sud del massiccio del Monte Rosa l’avanzata glaciale significò non solo la perdita di una rendita o di importanti vantaggi economici, bensì la rottura dei legami sociali, culturali e tradizionali con la terra d’origine, il Vallese. Ulteriore effetto della Piccola Glaciazione fu l’aumento del numero di uomini Walser dediti al commercio sulle lunghe distanze, a causa della rovina del sistema agricolo e pastorale di montagna. L’esempio ayassino, ovvero il periodo di “buio” successivo al 1650 - causato dalla peste e dall’impossibilità di superare i valichi - evidenzia il drastico cambiamento. 

La colonizzazione delle terre a sud del Monte Rosa 

Nel corso degli anni le prime, sparute colonie – createsi secondo uno schema estensivo, con al centro la zona di provenienza originaria, cioè il Vallese – seppero procurarsi i favori dei potenti signori feudali che governavano le valli e le zone subalpine, ottenendo il permesso di insediarsi generalmente in aree montuose e non sfruttate dalle popolazioni autoctone. Il primo insediamento oggi conosciuto è quello di Bosco Gurin, nel Canton Ticino, risalente al maggio 1253; nell’area piemontese e valdostana, questi operosi nuclei di coloni trovarono nella Chiesa[2] ed in alcuni potentati (come i conti di Biandrate) ottimi interlocutori, consci del vantaggio insito nella promessa di coltivazione e cura di terre incolte da parte dei migranti. Agevolazioni fiscali e formule quali l’affitto perpetuo permisero alle colonie di affrontare la crescita; le nuove enclaves avrebbero fornito, oltre a decime e tributi usuali nell’ambito feudale, fonti di reclutamento in caso di guerra. I primi anni di duro lavoro consolidavano i terreni sufficienti alla sussistenza della colonia neonata ed ai primi scambi, dopodiché giungevano altri migranti dal Vallese, integrandone il numero. Si tendeva a preservare l’identità vallesana evitando i matrimoni con “forestieri” o residenti francoprovenzali, come si evince dal registro dei battesimi di Alagna: tra il 1582 ed il 1612 l’endogamia matrimoniale era alla base del 90% dei neonati, percentuale rimasta invariata per tutto il Seicento[3]. A questo fenomeno si accompagnava quello, tipico per le genti Walser, della estrema stagionalità delle nascite, motivata dalla costante presenza all’estero della popolazione maschile. I Walser, nel corso della loro seconda migrazione, si installarono anche in Austria (Kleinwalsertal e Grosses Walsertal, Vorarlberg, Paznauntal nel Tirolo) e Liechtenstein (a Triesenberg). In Valle d’Aosta, come anticipato, furono prescelte Ayas e la Valle del Lys, oltre al “Gettaz des Allemands”, nel comune di Champdepraz. Vennero colonizzate anche le vicine vallate piemontesi dell’Ossola e della Valsesia. Colonie Walser si insediarono in Val Formazza, in Valle Anzasca, in Valle Antigorio. In Svizzera furono presenti nelle valli di Zermatt e di Saas, nel Simplon e nel Lötschental, ad Obersaxen, Safiental, Rheinwald, Landquart nei Grigioni. In Francia, una colonia si installò nel Chiablese, nell’Alta Savoia.

I Walser, nota Pierpaolo Viazzo[4], crearono ovunque una rete di villaggi e hameaux - per usare l’attuale termine - sparsi intorno al punto focale della colonia, come l’abitato di Saint Jacques nel caso del Canton des Allemands. In ciò differivano dai popoli precedentemente stanziatisi lungo i fondovalle, i quali preferivano creare borghi accentrati. Tuttavia è doveroso sottolineare la carenza del modello “a villaggi sparsi” nella madrepatria vallese: ecco perché si ipotizza che tale fenomeno sia il prodotto del processo di espansione e colonizzazione iniziato nel XII secolo.

I Walser in Valle d’Aosta. I casi delle Valli di Ayas e del Lys 

La presenza Walser in Valle d’Aosta è antica, secolare. Discesi dal Vallese tramite il Theodulpass ed i contigui valichi delle Cime Bianche (Colle Inferiore e Superiore), i migranti si insediarono nelle zone più aspre, solitamente nelle testate settentrionali della Val d’Ayas e nella contigua Valle del Lys o Valle di Gressoney. Entrambe le vallate erano toccate da vie di comunicazioni secondarie rispetto a quella centrale della Valle d’Aosta: la Via del vino, che dal Vallese scendeva in Valle d’Aosta tramite il Colle del Teodulo, libera da pedaggi; la Via della Valsesia, che dalla valle omonima toccava Gressoney tramite il Colle di Valdobbia ed Ayas tramite il Colle Ranzola, prima di scendere a Saint Vincent tramite il Colle di Joux. E’ interessante notare come fino al 1713 al Colle di Valdobbia fosse situato il confine tra i ducati di Savoia e di Milano, con dogana sabauda ai piedi del passo[5]. “Gli abitanti della valle di Ayas furono, senza dubbio, anche loro dei krämer”: così si espresse Eugenio Squindo nel 2004, in occasione di un incontro di approfondimento sugli insediamenti in quota nell’area del Monte Rosa. La disputa storiografica[6] verte principalmente sul 1100 o sul 1200 come datazione approssimativa del loro arrivo; quel che è certo è che i Walser in Ayas colonizzarono quello che sarebbe stato definito successivamente il Canton des Allemands, l’area circostante il paese di St.Jacques (1689 m. N45 51.688 E7 43.872). Ultimo centro abitato a nord della Val d’Ayas, Saint Jacques era in realtà il crocevia di contatti con altri hameaux della zona, tra i quali Resy (2072 m. N45 51.959 E7 44.405), per alcuni decenni il paese più alto d’Europa ad essere abitato tutto l’anno. Saint Jacques, sede della chiesa e del mercato della duttile pera doutsa o pietra ollare, era anche il punto di partenza delle carovane di muli e portatori per il Vallese, le valli contigue (Valle del Lys, Valsesia, Valtournanche) e la piana piemontese. 

La pietra ollare veniva sfruttata per realizzare pentole, utensili e mortai, poiché era meno costosa del rame. Altri paesi ayassini d’origine Walser, successivamente integrati nella cultura francoprovenzale[7], furono Soussun (1949 m. N45 50.932 E7 44.697), Frantzé (1890 m. N45 49.916 E7 44.361), Cuneaz (2032 m. N45 49.690 E7 45.088): villaggi autonomi di media montagna, dotati di forni per il pane, fucine, falegnamerie e, tra Sette- Ottocento, di scuole o maestri. Inizialmente florido, vicino alle popolazioni francoprovenzali della Val d’Ayas ed al contempo distaccato – nel 1664 una missione cappuccina ivi giunta si trovò nell’impossibilità di comunicare con i locali, per le differenze linguistiche - il Canton si ridusse quantitativamente nel corso del Settecento, scendendo al di sotto dei quattrocento abitanti. Nell’Ottocento, in un contesto di spopolamento generalizzato delle valli alpine, l’originaria popolazione Walser era scomparsa o integrata con la maggioranza francoprovenzale. La lingua Walser d’Ayas, oggi scomparsa, era probabilmente similare al titsch; venivano utilizzate anche il francese ed il piemontese, “lingue franche” utili durante i periodi di lavoro all’estero. Di particolare importanza era il djèrg, un idioma composto da parole note ai soli ayassini, alcune delle quali etimologicamente legate ai Walser. Citiamo alcuni toponimi tuttora esistenti in Ayas, derivanti dall’antica lingua vallesana: Alpe Ostafa - Ochtafa, Chtafa, con riferimento a Stafel, pascolo d’alta quota. Lambronecca: deriverebbe da Auf der brauen Ecke, "sull'altura bruna", dal Walser Am brun Ekko. Verra: questo nome deriva dalla potente famiglia dei Werra, di Zermatt, predominante tra il 1415 ed il 1540 e prova dei contatti tra Ayas ed il Vallese. Numerosi toponimi di vette (solitamente poste ad oriente, verso la Valle del Lys) richiamano ancora i “tedeschi”: Grauhaupt o Grauenhaupt per Testa Grigia, Vluhuare per la Becca di Vlou, Siahuare o Bec des Allemands per il Corno del Lago, Kalberhorn per il Corno Vitello, e così via.  

In Valle del Lys sono di origine Walser due distinte colonie, a differenza del singolo Canton ayassino: Gressoney e sobborghi, Issime, anteriore al 1200. Una terza colonia minore fu Niel, nell’area francoprovenzale di Gaby. In Valle del Lys sono tuttora visibili i tipici Stadel, case contadine costruite su appositi “funghi” di pietra, ideati per impedire l’accesso ai topi e strutturalmente simili ai Rascard ayassini. In entrambi i casi, gli uomini abitavano al pianterreno che conteneva anche la stalla; al piano superiore si trovavano i granai ed i covoni. La parte alta della valle fu colonizzata inizialmente dalle genti del Vallese. Colonie di spiccata vocazione mercantile, queste enclaves diedero vita a generazioni di mercanti di stoffe pregiate, che spesso si stabilirono nell’odierna Svizzera ed in Germania, mantenendo i legami con le famiglie e le zone di origine. Oggi gli antichi insediamenti del Lys sono valutati come i più prossimi alla realtà socioculturale dei Walser originari. La lingua di Issime, il töitschu, ne è la prova migliore.

Issime, sede feudale dei nobili Vallaise, diede i natali a generazioni di “notabili” (giudici, prelati, amministratori, notai) che si diffusero nelle valli contigue. I frequenti contatti con le popolazioni francoprovenzali abituarono gli issimesi all’uso della lingua francese, favorendone l’emigrazione ed il commercio in Valle d’Aosta, nella Svizzera, nel Delfinato, anche a causa delle ridotte capacità agricole della loro terra, caratterizzata da versanti estremamente ripidi e fondovalle molto ristretto.

Gressoney è quasi altrettanto antica. Nel 1256 i nobili Vallaise concessero l’insediamento di Tschaval a “tre Alemanni”, in cambio di tributi e decime sulle terre e sugli animali. Essa mantenne a lungo i contatti con la terra natia, restando più legata all’uso del dialetto titsch, tuttoggi sopravvissuto: nel Cinquecento, dopo lunghe diatribe, ottennero un vicario di lingua titsch per la loro parrocchia. Molti gressonari migrarono all’estero, prevalentemente in Germania e Svizzera, inizialmente come mercanti itineranti, successivamente come stanziali: il termine Grischeneyer divenne, per quattro secoli[8] l’equivalente di “mercante”, eccezionalmente liberi dagli usuali vincoli con i mercanti “di città” che normalmente cedevano le merci agli ambulanti per poi pretendere una cospicua percentuale dell’introito ricavato. Tali ambulanti gressonari varcavano i colli di Ranzola e di Joux accedendo alla Val d’Ayas per poi scendere su Saint Vincent e risalire al Colle del Gran San Bernardo, invece di salire direttamente al Teodulo: sono stati ipotizzati maggiori guadagni lungo le vie di comunicazioni principali, oltre al sensibile richiamo della sicurezza. Nel corso del Settecento l’attività mercantile itinerante arricchì notevolmente numerose famiglie di Gressoney; dopo il 1850, vivevano in zona ben dodici milionari[9].

Niel, profondamente inserita nell’area francoprovenzale di Gaby (che divide le due zone Walser di Issime e Gressoney) costituisce attualmente un interessante interrogativo storico. Si è ipotizzata l’esistenza di una ridotta colonia vallesana, successivamente integrata nella circostante cultura e società francoprovenzale, e quindi scomparsa. 

I Walser in Valsesia 

Le prime colonie valsesiane si formarono grazie all’interesse di Walser già insediatisi nella vicina Valle del Lys, nell’area gressonara, discesi in Valsesia grazie al Passo del Turlo o da Macugnaga, o attraverso il Col d’Olen. Lo stesso Colle del Lys è stato proposto come valico utilizzabile in concomitanza con il già citato periodo di optimum climatico medievale. La chiusura definitiva di questo particolare passo alpino – certo non l’unico ad essere fagocitato dai ghiacciai – durante la successiva Piccola Glaciazione avrebbe contribuito a creare il mito della “Valle Perduta” tra i ghiacci del Rosa, sorta di ridente Eden rappresentante ricordi di un’epoca scomparsa. In Valsesia vennero fondate importanti colonie a Rima e Rimella, nonché nella zona di Alagna, grazie all’interesse dei Conti di Biandrate. “Quando i primi coloni walser si insediarono ai piedi del Monte Rosa, nella seconda metà del XIII secolo, la parte superiore della valle del Sesia era una landa spopolata” (…): così Pierpaolo Viazzo[10] descrisse l’epopea dei Walser in Valsesia. All’arrivo dei coloni esisteva una sola parrocchia, là dove successivamente ne sarebbero state create ben diciassette, mentre Riva Valdobbia – l’abitato superiore – non era che un ristretto nucleo di costruzioni contadine, tra pascoli di proprietà di due monasteri. In questa zona sorsero i primi insediamenti Walser: Pe de Moyt, Pe d’Olen, Pe d’Otro, con riferimento al termine latino medievale pedes[11], ovvero i punti di appoggio intermedi per il bestiame, posti tra il fondovalle ed i pascoli superiori. E’ interessante notare, sempre sulla scia degli studi di P.Viazzo, come le terre alte circostanti la zona di Alagna fossero in realtà saltuariamente utilizzate anche prima dell’arrivo dei coloni vallesani – i quali, ovviamente, ne avrebbero tratto maggiori risorse, per un periodo ben più esteso nel corso dell’anno.

Ad Alagna, in zona riparata ed isolata, i Walser vissero per secoli senza molti contatti con il resto del mondo, conservando tradizioni, lingua ed usanze. Vi provenirono da Macugnaga e dagli alti alpeggi di Mud ed Oubre Rong, nonché dall’odierna Pedelegno. Dopo il 1413 i Walser di Alagna preferirono rivolgersi a Varallo Sesia per l’acquisto delle derrate, del sale e degli utensili, perdendo progressivamente i contatti con la madrepatria vallese. Ancora nel XIV secolo, Alagna era una ristretta colonia, limitata a crica venti famiglie[12]. Bastarono due secoli per modificare l’andamento demografico del borgo, come tramanda la supplica (datata 12 maggio 1475) rivolta al vescovo di Novara per dichiarare parrocchia la chiesa di S. Giovanni Battista. Tale documento fu firmato da settantotto capifamiglia, indicati come due terzi degli aventi diritto, pari quindi ad ottanta – cento esponenti di altrettanti nuclei familiari, per circa cinquecento abitanti in totale. Molti di questi uomini erano destinati all’emigrazione, in qualità di spaccapietre, capimastri e muratori, come testimoniò nel Cinquecento l’erudito svizzero Gilg Tschudi[13]. Tale tendenza sarebbe stata confermata successivamente dallo studioso Paul Guichonnet.

Bibliografia 

Innumerevoli i testi reperibili sui Walser, così come gli Atti di incontri inerenti ai vari aspetti della loro storia e cultura, generalmente suddivisi in base ad un criterio localista. Altrettanti i riferimenti presenti nel Web, la maggior parte dei quali tuttavia si limita a citare o ripetere gli aspetti principali dell’epopea vallesana. Si ricorda che Varasc.it dispone, nella sezione Recensioni, di un repertorio bibliografico specificamente dedicato ai Walser e, conseguentemente, alla Valle del Lys.

Testi:

q       "Grammaire du patois d'Ayas",, Pierre- Joseph Alliod, Imprimerie E.Duc, Aosta, novembre 1998. Pagine 154, Lire 14.000  

q       "Storia della Valle d'Aosta", Andrea Zanotto, Musumeci Editore, 1979.

q "Storia dei Walser dell'Ovest. Vallese, Piemonte, Cantone Ticino, Valle d'Aosta, Savoia, Oberland Bernese", Enrico Rizzi 

q       Comunità alpine. Ambiente, popolazione e struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo a oggi”, Pierpaolo Viazzo. Il Mulino, 1990.

q      "Storia, usi, costumi e tradizioni della Valle AYAS",, AA. VV., Editions Société Guides Champoluc- Ayas, Milano 1968.

q       “Comunità e ambiente. La cultura del popolo Walser delle Alpi”, Claudio Stroppa, Franco Angeli edit., 2002.

q     "Insediamenti Walser a sud del Monte Rosa. Liberi all'ombra del Tiglio", Ferruccio Vercellino, Quaderni di cultura alpina, Priuli e Verlucca edit.

q      “Sette secoli di Storia Valdostana”, Carlo Passerin D’Entrèves, Editoriale Pedrini, Torino 1979.

q      "La Presenza Walser ad Ayas", Gabriella e Gian Pietro Morchio, Genova 1999.

q       "Walser, mercanti, notai", Gabriella Morchio, edito dal Comune di Ayas, 2004.

q      "I Walser nella storia delle Alpi. Un modello di civilizzazione e i suoi problemi metodologici", Enrico Rizzi, Luigi Zanzi. Jaca Book, 2002.

q       "Mémoire de la Paroisse d'Ayas", Auguste Clos, Imprimerie E.Duc, Aosta 1997.

q       Ayas nell'antica cartografia della Valle d'Aosta e nelle citazioni e immagini d'epoca (1560- 1899), Laura e Giorgio Aliprandi, Vincenzo Réan. Musumeci Editore, Quart 1992.

q       "Gli antichi valichi tra Zermatt e le valli di Ayas e di Gressoney", Laura e Giorgio Aliprandi, Massimo Pomella. Estratto dalla "Rivista Mensile" del CAI di luglio- agosto 1977.

q      "La paroisse de Saint- Anselme de Challand", d'après les rapports rédigés par les curés Jean- Barthélemy Davisod (1786), Jean- Pierre Obert (1820), Charles- Emmanuel Bésenval (1883) soit "Etat des paroisses". Documents à servir pour son histoire, Jean- Auguste Voulaz. Pheljna, Edizioni D'Arte e Suggestione, Aosta 1998.

q       "Il Mercante di lana", romanzo. Valeria Montaldi, Edizioni Piemme, 2001.

q       “Bäralussä. Il prato più bello dell’orso. Suoni, nomi e luoghi nella parlata walser di Formazza”, Angela Bacher, Tararà Edit., 1995.

q       “Ambienti e sistema edilizio negli insediamenti walser di Alagna Valsesia, Macugnaga e Formazza”, Michela Mirici Cappa. Priuli e Verlucca, 1997.  

q  "Augusta", rivista dell'Associazione Augusta Issime, annate 2004, 2005, 2006 e 2007. Disponibile in formato Pdf. all'indirizzo Web www.augustaissime.it.


Note a pié di pagina

[1] Tra le ipotesi proposte, si è discusso di una riduzione dell’attività vulcanica e solare, o di una congiuntura dei due fenomeni. Il dibattito scientifico è tuttora aperto, così come spesso varia la sua ripartizione cronologica.

[2] In particolar modo, nei potenti esponenti ecclesiastici della piana vercellese, interessati alla sicurezza dei valichi.

[3] Dal 1572, visto il numero di migranti in terre sottostanti la Riforma, il vescovo di Novara stabilì che chi intendeva recarvisi per lavoro dovesse richiedere preventivamente licenza al vicario foraneo. I minori di venticinque anni erano interdetti da tale dispensa; chi lavorava all’estero doveva rientrare in patria almeno una volta l’anno, per ricevere i Sacramenti. Gli insediamenti Walser furono altamente insofferenti nei confronti di questi vincoli.

[4] Professore straordinario presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Torino, autore de “Comunità alpine. Ambiente, popolazione e struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo a oggi”, Il Mulino, 1990. Nel testo si pongono le basi per un rovesciamento dell’usuale visione di “immobilità e chiusura” delle vallate alpine.

[5] Proprio nel Settecento venne costruito un rifugio non custodito per i viandanti che vi transitavano d’inverno, a rischio della vita, migliorato nel 1823 dal can. Sottile ed attualmente in forma di rifugio Nicolao Sottile.

[6] Tuttora aperta è la discussione sulla paternità del termine Krämertal – valle dei mercanti – tra Ayas e Gressoney. E. Squindo rivendica tale paternità alla natia Gressoney, i coniugi Morchio parteggiano invece per Ayas.

[7] “Francoprovenzale” delinea il patois valdostano, nato nel Medio Evo dall’incontro tra la lingua francese e quella occitana o provenzale, originariamente parlata nell’alto Piemonte e nella stessa Valle d’Aosta.

[8] Dal Cinquecento alla Prima Guerra Mondiale.

[9] Citando tale fenomeno gressonaro, Pierpaolo Viazzo illustra come spesso l’emigrazione sia inizialmente provocata da povertà o necessità primarie, divenendo con il passare del tempo una sensibile fonte di reddito.

[10] V. Nota n. 4.

[11] Nella zona citata, i pedes ed i relativi alpeggi soprastanti erano di proprietà dei monasteri (P. Viazzo, op. cit.).

[12] P. Viazzo, op.cit.

[13] Un documento del 1481 riporta la partenza di due fratelli, specificando “intendentes sese transfere ad partes Alamaniae”, confermando il collegamento linguistico tra le colonie Walser ed i Paesi germanofoni.

 

 

 

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