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La famiglia Verra e la toponomastica ayassina

La famiglia Verra

 

In Val d’Ayas, e particolarmente nella sua testata superiore, un toponimo molto particolare ricorre in modo insistente, un toponimo il cui significato si è perso nel tempo. Misterioso ed enigmatico, il termine Verra si trova un pò d’ovunque, dai Piani di Verra e dall’Alpe di Verra Superiore in su: dal Monte Rosso di Verra alla dominante Rocca di Verra, dal Colle di Verra al Grande e Piccolo Ghiacciaio di Verra. In epoca fascista, s’ipotizzò perfino di rinominare i Breithorn Cime Larghe di Verra.

Un toponimo breve, dal significato apparentemente inesistente, così diverso da qualsiasi altro esempio della toponomastica locale - escludendo, forse, la lontana Verrès posta tuttavia all’altro capo della Val d’Ayas. Un toponimo legato inoltre a una precisa collocazione geografica, di confine e d’alta quota, indissolubilmente vincolata ai grandi ghiacciai, alla testata settentrionale di Ayas. Non ricorre in nessun’altra parte della valle o delle vallate adiacenti: non esiste alcun lago, colle o vetta di Verra a Brusson, a Challand-Saint-Anselme, in Valle del Lys, in Valtournanche. Perché?

Un approccio razionale, basato su semplici assonanze, non può venire a capo del mistero, né si tratta di questioni note e dibattute, facilmente reperibili nei libri e nelle brochures turistiche o nella sitografia online. Il segreto del toponimo Verra richiede, anzitutto, un piccolo e al contempo immenso cambio di mentalità: richiede che il lettore curioso si sieda sull’antica roccia del Pratone Varasc, quasi al limite del Ponte Amponey, o sulla cima del Palon di Resy, o in qualche punto della stupenda dorsale che dal Colle Portola corre fino alla Madonna dello Zerbion. Solo da questi punti, guardando in avanti verso i grandi ghiacciai, si può capire; e tuttavia la risposta è ancora celata, malgrado la direzione sia quella giusta.

Oggi, l’immensa barriera settentrionale dei grandi Quattromila - dai Breithorn alla Roccia Nera, dal Polluce al Castore - che chiude l’orizzonte più prossimo di Champoluc, sembra esattamente questo alla maggior parte degli spettatori: una barriera, un muro, un limite. E l’impressione aumenta se la si ammira dalla Becca di Nana, dalla Testa Grigia, quando l’estensione corre dal Cervino all’intero Massiccio del Monte Rosa: un piccolo Himalaya, un colossale baluardo, che alcuni uomini coraggiosi e disperati dovettero superare in ogni modo per guadagnare la libertà. Solo gli alpinisti vedono quelle cime come qualcosa di agognato, come ricordi e desiderio; e tuttavia anche gli alpinisti, per forza di cose, si focalizzano sulle cime e sui grandi ghiacciai come mete, come l’oggetto stesso della loro passione.

In epoche ben più lontane, invece, quella stessa barriera era concepita in modo profondamente diverso. Una dinamica continentale di scambi più lenti e tuttavia vivacissimi, prima di qualsiasi ausilio informatico, prima del motore, della Rivoluzione industriale, e condizioni climatiche sorprendenti - il famoso Optimum climatico medievale - trasformarono le grandi Alpi Occidentali in un reticolo di passi, sentieri, vie di transito e commercio. Oggi, quasi tutti hanno perlomeno sentito parlare dei Walser e della loro epopea; perfino il più distratto dei turisti, perfino gli amanti del carosello sciistico che ha snaturato l’identità (e l’aspetto, purtroppo) di tante vallate ha visto un’insegna con l’antico marchio del cuore e della runa a forma di 4 di quel popolo industrioso, ha realizzato che nella contigua Valle del Lys si parla ancora una forma di antico linguaggio germanico. Il nome dei Walser è oggi ovunque in Valle d’Aosta, perfino nelle marche, nelle insegne dei locali, sulle etichette delle confetture; tanto battage non è sufficiente a muovere le coscienze locali in un tentativo di salvataggio dell’antico mulino Walser di Soussun, ormai privo del suo tetto, tuttavia l’epopea dei walliser non è più un mistero per nessuno.

E’ in questa direzione che va cercata la risposta all’enigma di Verra, un enigma che si può svelare solo smettendo di concepire, per un momento, quell’abbacinante serie di cime e creste come un muro, un limite.

Törbel, anticamente Dorbia, è un villaggio elvetico della Visperthal che sorge sul versante opposto di questa grande barriera, non distante da Visp e da Brig, all’imbocco della lunga valle culminante in Zermatt. Si trova tuttora nel cantone del Valais (Vallese) e fa pare oggi del distretto di Visp. Nel XIII secolo vi visse, tra tante generazioni, una famiglia inizialmente chiamata in latino De Torbio o, in un’antica forma di tedesco, Torbier: nel 1990, tuttavia, la storia di questo nucleo familiare venne riportata alla luce da un sorprendente lavoro di ricerca, firmato da Raphael von Werra, Zur Geschichte der Famiglie von Werra (1236-1536).

Werra, Verra: una certa assonanza con il nostro toponimo, sul lato meridionale della poderosa muraglia. Occorre tuttavia risalire ancora più indietro nel tempo, per scoprirne le autentiche radici: il cognome Werra non era altro che un riferimento preciso, in chiave spaziale, a Werrun, luogo collocato in qualche punto di un’antichissima mulattiera che risaliva la Jungthal fino a St. Niklaus ed infine fino al Colle del Teodulo, affacciato sulle Cime Bianche e punto nevralgico di antichissimi traffici commerciali. Questa via, frequentatissima nel Medio Evo, era definita Twarra, e la famiglia ne prese il nome, mutato con il passare degli anni in d’Warra, die Werren, Warra.

Il saggio Ayas e Gressoney. Due comunità unite da un comune passato ricorda perfino il nome di alcuni membri della famiglia, tra cui un Peter Werra che, nel 1257, era (…) fra gli emigrati dall’alto Vallese a Üri, insieme ad un certo Johannes Werra, lasciando dunque ipotizzare agli autori un possibile legame con i Werra (…) domiciliati più tardi a Gressoney e ad Ayas.

 

I von Werra. Dagli albori alla Seconda guerra mondiale

Il Colle del Teodulo, oggi, è ridotto a mero collegamento sciistico; lo stesso Vallone delle Cime Bianche, gioiello ambientale e antichissima via di commercio tra il Vallese e il resto della Valle d’Aosta, è minacciata da un piano di “sviluppo” in chiave, ancora una volta, sciistica. Invece la dinastia dei Werra non si diluì né scomparve, sotto l’azione inevitabile dell’entropia: riuscì a raggiungere l’età moderna, pressoché nostra contemporanea. Almeno uno dei suoi esponenti acquisì una fama innegabile durante la Seconda guerra mondiale: si trattava di Franz Xaver, barone von Werra, nato nel 1914 a Leuk, nel cantone elvetico del Valais. Nobile decaduto, von Werra si arruolò nel 1936 nella Luftwaffe tedesca, diventando Leutnant due anni più tardi e combattendo in Francia in seno allo Jagdgeschwader III: spesso descritto come eccentrico, amava tenere con sé il suo leoncino Simba, mascotte del suo Geschwader. Abile pilota, divenne “asso” nel corso della Battaglia d’Inghilterra, finché il suo Bf109E venne a sua volta abbattuto nei cieli del Kent: prigioniero irrequieto, tentò per ben quattro volte la fuga, la terza riuscendo a introdursi nell’abitacolo di un caccia Hurricane della Royal Air Force prima di essere arrestato. Fuggì rocambolescamente al quarto tentativo, in Canada, raggiungendo il Messico, il Brasile, Barcellona e infine Roma: per tale prodezza, Adolf Hitler in persona l’insignì del cavalierato della Croce di Ferro. Dopo aver combattuto sul fronte russo, totalizzando ventuno abbattimenti, Franz von Werra scomparve in mare il 25 ottobre 1941, in un incidente aereo, al largo di Vlissingen.

Non si trattò dunque di una semplice famiglia contraddistinta da un curioso cognome, emblema stesso del viaggio e dei commerci. Tornando al passato più remoto, i Werra acquisirono potere, ricchezza e influenza a Visp e nelle terre circostanti, intorno alla metà del XIV secolo, servendo il potente vescovo di Sion; il successo finale giunse quando Giovanni III Werra divenne il Dominus in valle Prabornia, cum mero et mixto imperio et omnimoda jurisdictione, vale a dire niente meno che il signore feudale di Zermatt.

Il potere dei Werra non era limitato alle terre del Vallese e alla ricca signoria di Zermatt: la grande muraglia, come premesso, era sufficientemente permeabile da far sì che, all’inizio del 1400, essi possedessero vasti terreni a sud dei ghiacciai, in Val d’Ayas. Vi fu certamente uno scambio in termini di vera e propria residenza, poiché in quei secoli le Alpi conobbero flussi migratori intensi: dai Walser provenienti dal Vallese che si insediarono sulle testate alpine a sud del Monte Rosa, ai coloni ayassini trapiantatisi a loro volta in Svizzera. Alcuni appartenenti alla famiglia, il cognome ora mutato in Verra, furono citati come residenti e contribuenti della contea di Challant, nel 1450, sia in Val d’Ayas che a Gressoney; il già citato volume Ayas e Gressoney ricorda Bartholino de la Vera, de la Veyra o de la Verra, che visse presso la Parrocchia Agacii (di Ayas), oltre a Yaquin de Pecco Verra e Ans de Tonczo Verra, a Gressoney. Più di un secolo dopo, nel 1589, i Registres des cries di Ayas avrebbero citato Pierre d’Adam Verra e Jacques emancipé d’André Verra de Gressoney, entrambi habitant a Rissy, dict parroisse d’Aiaz. Ancora una volta non sfugge la precisa collocazione spaziale, relativa a una località ben vicina ai ghiacciai e ai collegamenti perduti con la madrepatria, vale a dire l’odierna Resy.

Tra il 1564 e il 1581, un atto notarile avrebbe infine ricordato un uomo molto abbiente, tale Louys Verra, che vendette alla nipote Caterina quanto possedeva. Si tratta di beni e proprietà di valore, sparse da Gressoney all’intero Ducato di Aosta, oltre che nel Mandement et pays de Berna, il che dev’essere stato sicuramente notevole anche a quei tempi.

Conclusione. Un enigma svelato?

Malgrado l’assonanza dei toponimi odierni con l’antico cognome, malgrado il provato inserimento di membri della famiglia svizzera nelle valli del Lys e di Ayas, non sono stati finora rinvenuti documenti in grado di provare senza ombra di dubbio un legame tra i Werra originari, i signori di Zermatt, e i Verra valdostani; non bisogna tuttavia dimenticare un ultimo elemento di questo enigma dimenticato da tanti anni. E cioè, le fonti tradizionali che collegano insistentemente l’alta Ayas alla parrocchia di Praborna o Praborno, vale a dire a Zermatt; un terreno presso l’odierno Frachey, nel 1672, fu indicato addirittura come pre de Praborna, il prato di Zermatt. E ancora oggi il sito Walser Cultura, alla voce toponimi, indica en der Wärro, la cui traduzione significa esplicitamente Pian di Verra, Vallone di Verra.

Nell’attesa di nuovi ritrovamenti e di nuove certezze, il lettore che oggi ammira i grandi ghiacciai dallo Zerbion, dal Palon, dal Grand Tournalin non può esimersi dal pensare ad un’epoca profondamente diversa, lontana e tuttavia così simile alla nostra: un’epoca di scambi pressanti e di migrazione, di colonizzazione e contatti tra popolazioni prima divise. Nonostante siano trascorsi molti secoli, un pensiero sfugge involontario: chiunque siano stati, parenti o meno dei potenti signori di Zermatt, questi coloni sono riusciti a rendere eterno il loro cognome, legandolo indissolubilmente ad alcune delle zone più sorprendenti delle Alpi Occidentali. Un risultato non trascurabile, in alcuna epoca.

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