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Ludwigshöhe, 2015. Ricognizione sul Rosa

 

Caldo e nevicate: un’estate atipica. Funestata dal caldo eccezionale dei mesi di giugno e, soprattutto, luglio, l’estate 2015 è stata veramente dannosa per i nostri ghiacciai.

Dopo aver salito a inizio stagione il Gran Paradiso, dopo la traversata del Castore, la salita del 12 luglio 2015 - purtroppo limitata alla sola Piramide Vincent, per volere altrui, e al contiguo Balmenhorn - ha rivelato appieno le pessime condizioni dei ghiacciai del Monte Rosa. Oltre a una quantità insolita di crepacci, oltre all’evidente perdita di volume glaciale particolarmente evidente alla base delle cime, si è notata un’allarmante novità: mentre sul Gran Paradiso venivano poste scalette per superarne la terminale, mentre la Parete Ovest del Castore presentava ben cinque crepacci aperti oltre alla crepaccia terminale, il Rosa ha mostrato una colossale frattura. Una fessura di considerevoli dimensioni, alta circa tre metri e mezzo ed estesa grossomodo dalle rocce del Balmenhorn alla base del Naso del Lyskamm: un salto di roccia a semicerchio, o anfiteatro, con crepaccio sottostante, superato inizialmente mediante un fragile ponte di neve dalle sponde ravvicinate.

Anche il soprastante colletto tra il Balmenhorn e il Corno Nero era apparso del tutto rovinato, con una frattura (e crepaccio annesso) identica, su scala ridotta, alla versione più ampia stesa sul solco centrale del ghiacciaio. Vista la posizione di quest’enorme frattura lungo l’itinerario principale per i grandi Quattromila del massiccio, nonché per la salita al Rifugio Regina Margherita, si era corsi ai ripari. In un comunicato stampa del 24 luglio 2015, firmato Gli Amici del Rosa, si descriveva infatti come le Guide alpine di Alagna e Gressoney avessero risolto il problema (…) in collaborazione con i gestori dei rifugi Gnifetti, Mantova, dando (…) forma all’attraversamento del punto critico, aprendo letteralmente un varco fisico a suon di picconate sui bordi del crepaccio: uno sforzo che ha comportato alcune ore di estenuante lavoro, reso ancor più duro dalle difficoltà imposte dall’alta quota.

Colpo di scena, in agosto. Mi trovo in alta Ayas, come ogni anno, prima da solo e poi con un’amica: piove. Non si limita a piovere, con i “confratelli” in processione dallo Zerbion a colmare la valle di nubi basse e pesanti: nevica, a bassa quota, quasi che qualche divinità volesse vendicarsi delle tante settimane trascorse con lo zero termico a 5000, 4900, 4800 metri. Nevica, per la legge del contrappasso, fino a 2700, 2500 metri: i rari squarci tra le nubi mostrano la Testa Grigia, il Roisetta completamente innevati, candidi, come in inverno. In agosto, in base alla mia esperienza e al dispiacere nel veder così ridotti quei ghiacciai tanto amati sin dall’infanzia, avevo deciso di soprassedere, rimandando eventuali nuove salite alla fine del mese o a settembre. Con l’amica Audrey, sin dal due agosto, avevamo prenotato due posti al Rifugio Gnifetti, per il primo e lontanissimo fine settimana di settembre: nel frattempo, dopo lunghe osservazioni da Champoluc e Antagnod, mi ero convinto che qualcosa fosse migliorato sui ghiacciai direttamente visibili dall’alta Ayas.

Parlando con amici alpinisti, con le Guide locali e telefonando ai gestori dei rifugi, sembrava che non si trattasse solamente di un’impressione. Da questo improvviso cambiamento, dopo le nevicate, è nata l’idea di andar su a controllare di persona con la migliore compagna di cordata che avessi mai conosciuto: un’idea concretizzatasi venerdì 21 e sabato 22 agosto, salendo la bella Roccia Nera e la contigua Quota 4106. Due cime panoramicissime, ideali per comprendere un punto fondamentale: rispetto a luglio, sembrava un ambiente del tutto diverso. Le stesse nevicate che avevano portato due metri di “fresca” sul Polluce, come mi avevano informato al telefono dal Rifugio Guide d’Ayas pochi giorni prima, erano riuscite a compiere un piccolo miracolo. Se il Grande Ghiacciaio di Verra, gli orientali dei Breithorn, il Centrale, il Polluce, la Ovest del Castore risultavano in ottime condizioni…

La questione era, semplicemente, E il Rosa? E’ così che, approfittando del penultimo fine settimana di apertura dei rifugi, siamo saliti a constatarlo di persona.

 

“Ricognizione” sul Monte Rosa, 6 settembre 2015

Per una volta, oltre alla volontà di raggiungere una cima specifica, sentivo fortissimo l’interesse, la curiosità a scoprire le condizioni di una zona profondamente amata: i grandi ghiacciai del Rosa. Mi apprestavo a tornarvi con la paura di ritrovare i danni, lo scempio constatato a luglio, nel corso di una salita purtroppo limitatasi alla sola Piramide Vincent: una cima molto nota e panoramica, ma che non consente certo grandi vedute verso nord, verso il corpo principale del grande massiccio. Ed era là che volevo tornare, per vedere, capire e toccare con mano una piccolissima parte - un momento - dell’eterna evoluzione del ghiacciaio. Il pomeriggio e la sera di sabato 5 settembre sembravano promettere bene.

La lunga terrazza lignea del rifugio, spazzata dal nevischio e da un vento gelido, rivelava a tratti un pendio glaciale - il Garstelet, impietosamente colpito dal caldo - in condizioni inaspettatamente buone. Il meteo prometteva coralmente un miglioramento per la giornata seguente, unica finestra promettente tra due fronti ravvicinati; il rifugio pieno, la cena superlativa e perfino abbondante offerta dallo staff del Gnifetti, la buona compagnia, una notte di sonno supportavano ogni genere di sensazione positiva percepita nel corso della giornata. Alle ultime luci, nel vento, eravamo saliti alla vecchia cappella per studiare l’attacco della traccia in uscita dal rifugio, godendoci la vista dei grandi ghiacciai e della Vincent, dei seracchi, del Lyskamm Orientale.

Domenica 6 settembre, sveglia alle 04.00, in realtà qualche minuto prima. Un’ottima notte di sonno, seguita dallo spettacolo più grandioso di tutti: una stellata impeccabile e mozzafiato, intessuta come un reticolo scintillante sopra la fascia ancor più brillante della grande pianura, tenuta in qualche modo a distanza dalle montagne delle valli di Alagna, del Lys, di Ayas. In basso, accanto al Rifugio Città di Mantova, c’è già qualche frontale.

Alle 05.10, ben legati e pronti, lasciamo la cappella: la corda è stata preparata sin dal giorno prima, con due nodi a palla a separare Audrey, che apre per dettare il suo passo con maggior calma, dal sottoscritto. La traccia in uscita dal Gnifetti compie un’improvvisa, immediata curva a destra, il grande canapone bianco immerso nella neve fresca: costeggia ampia e in semipiano le grandi rocce alla base della cappella, scende sul ghiacciaio, con profondi crepacci neri a sinistra, risale sempre dritta più avanti. In pochi minuti ci troviamo sul ghiacciaio, da soli, e il Gnifetti è lontano mille anni-luce; vedo il Gabiet e i suoi fari, Antagnod là in fondo, un milione di stelle. Audrey ne indica alcune, sento che parla di Orione. Era preoccupata per via del gelo, del vento, ma ora mi ripete più volte di aver quasi caldo. La capisco: non c’è un soffio d’aria, la neve è fantastica sotto i ramponi, non si fa praticamente alcuna fatica. Fa freddo - i vestiti scricchiolano all’esterno degli strati che ci proteggono - ma è un freddo asciutto, e muovendoci dà l’impressione del caldo.

Risaliamo a passo lento e costante, la sua schiena come sempre dolorante, il grande ghiacciaio: mi segnala i crepacci visibili, che però non sembrano avvicinarsi mai alla traccia. Solo più avanti si alzano grandi folate, per ora isolate, che nascondono spesso le cordate alle nostre spalle. A lato della grande Vincent, prima del Balmenhorn, il ghiacciaio si alza in ampie rampe crepacciate, il passo di Audrey rallenta, e il vento ha gioco facile nel sollevare cortine nevose in grado di illuderci di una totale solitudine: pochi secondi dopo, alla curva seguente, rallento e scorgo alle mie spalle una, due, tre file di lucine ondeggianti. A loro devo apparire allo stesso modo, nel buio. Albeggia, ma solo sulla Vincent, qui no. Abbiamo affiancato e superato il Balmenhorn, ho sbirciato su fino al Colle Zurbriggen, ancora in ombra. Due guide hanno dirottato i loro clienti al Bivacco Giordano, parlando del freddo eccessivo in italiano e in francese, a poca distanza da noi.

Ora spiana un po’, risale poco dopo. Il freddo è più intenso, ora, perché siamo esposti al vento da qualche tempo: Audrey ogni tanto intona una sua personalissima canzone da danza del sole, chiamandolo per nome a mezza voce. Sole sole dove seiii… E continua a camminare. Alla mia sinistra, qualcuno si avvicina alla base del Lyskamm Orientale, più avanti qualche cordata che ci ha superato. Quante volte sono stato quassù, e quanti ricordi…

Non sento la fatica, a questo passo così ridotto, e mi sento bene. Ancora al caldo, magari con qualche punta di freddo alle dita dei piedi, malgrado le doppie calze, ma niente di grave o insopportabile. Mi cola il naso!, cosa che certo non si confà a un gentiluomo, ma tanto nessuno mi guarda quassù: tra il respiro e tutto il resto, ho una sorta di strato gelato sul basso volto, che in qualche modo - paradossalmente - mi protegge. Il cappuccio della giacca, la migliore che abbia mai avuto, fa il resto. Superiamo anche quella che Audrey chiama familiarmente Ludovica, e che per me è la Ludwigshöhe. Sono le 06.30, circa: dalla partenza mando a mente note e appunti, orari e condizioni, perché noto che fermarmi ad appuntare il tutto sul mio usuale moleskine esporrebbe Audrey a una pausa. E non sarebbe il caso.

Poco oltre, ci ritroviamo ai 4255 metri dell’ampio Colle del Lys. Un pianoro glaciale talmente ampio, da non dare neanche l’idea del colle, quantomeno al sottoscritto: qui il vento rinforza, le raffiche non sono più tali, è un soffio costante. Audrey ha molto freddo, e per la prima volta le chiedo se voglia considerare una ritirata strategica: io mi sento bene ma oggettivamente le temperature sono rigidissime, non c’è ancora il sole, e anche se stiamo puntando alla Zumstein e alla Punta Gnifetti, quel che più mi interessa è poter vedere e fotografare il Monte Rosa. E questa parte del programma sta andando alla grande, mentre sono già salito più volte sulle due cime in questione. Mi risponde che vuole continuare, mi assicura che in ogni caso mi farà sapere. Oltre il valico, gli occhi affondano in Svizzera, sulle cime innevate e aguzze che adornano Zermatt. E’ da qui, dall’immensa rampa glaciale del Grenzgletscher che scende ai piedi della Zumstein, che sono passati alcuni dei “miei” prigionieri di guerra; davanti a noi, una discesa, la traccia che sinuosamente corre ai piedi della cresta occidentale della bella Parrot, al buio. Risale poi per l’ultima, erta rampa, fino ai 4454 metri del Colle Gnifetti che separa la Zumstein, a sinistra, dalla scatoletta nera e visibilissima della Margherita, a destra.

Manteniamo un buon passo, la neve è sempre ottima, le condizioni impeccabili. Tuttavia più avanti, ormai in asse con il Colle Sesia e oltre il punto più basso della cresta della Parrot, si verifica l’emergenza che segnerà la nostra giornata: vinta dal freddo, o meglio dal vento forte proveniente dalla Svizzera, Audrey non sente più le mani. Le dita delle mani, anzi. Poco prima ho controllato il Suunto per l’ultima volta, appeso allo spallaccio sinistro dello zaino per non alterarne i rilevamenti con la mia temperatura corporea (e per non dover sollevare il polsino del guanto ogni volta, s’intende): la temperatura scendeva costantemente, un grado ogni due o tre minuti, ed era già a -20° C in diminuzione.

Lei resta calma, ma vedo bene che è preoccupata. Le massaggio rapidamente le mani, e se la destra riprende a funzionare relativamente in fretta, la sinistra no. Muove le dita, ma a fatica, e provando dolore: c’è effettivamente di che preoccuparsi. Spingo con forza in direzione inversa, tirando la corda, lei che mi segue stringendo entrambe le mani sotto le ascelle, come le ho detto: non è una sprovveduta, è praticamente più coperta di me e indossa guanti e sottoguanti termici, ma non è bastato. Ho provato a riattivarle la circolazione, ma all’ombra, è una sorta di palliativo. Così in soli cinque minuti, a lunghe falcate e quasi tirandola lungo la corda, ritorniamo al Colle del Lys: qui l’occhiata di sole dell’andata si è estesa, ha gloriosamente conquistato ampia parte del pianoro, riscalda gruppetti di alpinisti sparsi dappertutto. Mi do da fare di nuovo con Audrey, che ha bravamente tenuto duro: il dolore dev’essere accecante, vedo le sue lacrime, chiudo in uno scomparto stagno della mente l’emozione e l’empatia per la mia amica e quel che sta passando. Io e il sole ce la mettiamo tutta: massaggio mano, polso e dita, la rimbrotto se vedo che muove la destra da sotto l’ascella, per quanto mi assicuri che sia perfettamente a posto. Sudo!, perfino, dalla forza con cui massaggio e percuoto la mano, aiutandola a far tornare la circolazione. Le fa male, ottimo segno: ma al contempo le fa male, lo vedo nei suoi occhi, e la cosa colpisce negativamente anche me. Sono qui per lei e con lei, se Audrey sta male, io soffro con lei di conseguenza.

Fortunatamente è una ragazza sana, oltre che tosta, e mezzora dopo flette tutte le dita con agio, entrambe le mani ben calde. Le offro del tè caldo, il suo ormai tiepido per il gelo circostante: la guardo mulinare a lungo entrambe le braccia, come tanti altri qui intorno, sembriamo reclute multicolori in un campo d’addestramento dei marines. Riprendo a massaggiarle la mano, altro tè, finché entrambi ci rendiamo conto che è davvero in forma e che l’emergenza, per fortuna, è passata. Non è stato certo l’affondamento dell’Andrea Doria né la catastrofe cambriana, tuttavia un principio di congelamento, quassù, può rivelarsi molto grave. E’ andata bene, è stata brava, continuo a ripeterle mentre riprende fiato e colore.

Sono le nove meno qualcosa, quando glielo ripeto abbracciandola, nel vento che ormai ci culla e non fa più male, in vetta alla Ludwigshöhe. Quanto le voglio bene, e cosa abbiamo passato stamani, resterà scritto da qualche parte quassù, con migliaia e migliaia di altre storie - belle, spiacevoli, custodite dal ghiacciaio. So solo che mi sto riempiendo gli occhi di ghiacciai, curve e crepacci, della Nord dei Lyskamm e del Cervino, e che l’amica che mi stringe sta ripetendo per la ventesima volta (soltanto) che le ho salvato la mano sinistra, e che lei è mancina. Ai nostri piedi, oltre la cresta della Ludwigshöhe, il ghiacciaio appare in condizioni superbe: alcune cordate salgono l’Orientale dei Lyskamm, altre sono alla base della Margherita, ove un elicottero della Pellissier sta scaricando del personale. L’abbraccio forte, sono felice di esser qui, con lei, al sole ed entrambi in buone condizioni. Poco più sotto, cinque metri prima della cima, un insolito crepaccio o intaglio si apre sulla cresta della Ludwigshöhe, inatteso: il segno che il danno dell’estate 2015 non è stato certo del tutto cancellato dalle nevicate di agosto, purtroppo.

La nostra discesa corre lungo la direttrice Corno Nero-Colle Vincent, per completare la mia piccola ricognizione personale: neve fresca ovunque, folate di vento che sollevano altro nevischio, la salita al Corno Nero in ottime condizioni, la sua Madonnina scintillante là sopra. Ciò che mi interessa maggiormente è tuttavia là sotto, in basso, ai piedi del Balmenhorn: l’immensa frattura arcuata, estesa dalle sue rocce fin quasi al Naso del Lyskamm, e il dedalo di crepacci sottostanti. Siamo naturalmente già passati di qui stamani, ma con visuale limitata e senza poter fotografare nulla, al buio: ora invece il sole consente di vedere ogni cosa, così come la nostra posizione privilegiata, in discesa dal Colle Vincent.

La grande frattura si supera, dopo due curve della traccia in discesa dalla Vincent, su una rampa aggraziata e massiccia: le Guide alpine, il 24 luglio, non avevano voluto rischiare e avevano creato qualcosa che potesse durare fino a fine stagione. La frattura è alta almeno tre metri, a tratti più, altrove un po’ di meno: sotto, il ghiacciaio riprende esattamente come prima, solo… Più basso. Da qui iniziano i crepacci, o meglio il tratto più crepacciato: nel vento, fotografo cordate in salita, la straccia un capolavoro di piccole e aggraziate curve tra gli squarci. Perfino i crepacci sono più ingentiliti, posto che sia possibile, dalla neve fresca: i bordi non più taglienti e sporchi, sono aperti solo nelle parti centrali, chiusi - meglio non fidarsi - alle estremità. Anche la grande seraccata della Vincent, sotto la quale è bene non soffermarsi, sembra rinvigorita e più stabile, a causa della neve fresca: noi non ci fidiamo e manteniamo un passo veloce, fino all’altezza del Gnifetti che sfila alla nostra destra, in asse con il Rifugio Quintino Sella al Felik.

E’ dura lasciare tutto ciò. Una lunga pausa a Indren, l’incontro con un’amica di Gressoney, pura contemplazione - per un anno, vista la fine della stagione, tutto questo dovrà aspettare. Ripenso a ogni nostro passo, alla corretta decisione di non riprovare a salire alla Zumstein dopo esser riusciti a risistemare la mano di Audrey, per non rischiare ulteriormente; lei mi sembra contenta, ride e scherza tranquilla, e questo è quel che più conta. La Giordani, davanti a me, sembra malmessa, un sottile e lungo crepaccio alla base della sua grande rampa, il seracco soprastante particolarmente minaccioso; sono felice di aver constatato le condizioni inaspettatamente migliori dei grandi ghiacciai del Rosa, al disopra, anche se non mi illudo circa l’entità del danno causato dai mesi di giugno e luglio. La letteratura scientifica lo stimerà in seguito, ben più correttamente di quanto io possa fare con gli occhi e la memoria; tuttavia non potevo mancare, e la curiosità, lo stimolo di conoscenza che mi hanno spinto quassù ieri e oggi, non passeranno mai.

Non avrei potuto evitare di tornare quassù, a fine stagione, a tirar le somme e dare l’addio ai “miei” ghiacciai: gelo a parte, non è stata un’ascensione difficile o impegnativa, ed entrambi avevamo già salito la Ludwigshöhe. E non avrei saputo con chi altri salire, se non con la mia compagna di cordata, la mia amica.

Ma con le condizioni odierne, esserci riusciti è già qualcosa, e la messe di fotografie, appunti e soprattutto ricordi che porto a valle - per la direttissima Gattinara-Milano: niente Biella, questa volta - si rivelerà un bottino particolarmente ricco. Guardo Audrey, verso Pianalunga, mentre mi descrive ogni alpeggio, colle, sentiero e baita nel raggio di un’unità astronomica: nella sua hit alpina, Alagna viene dopo solamente rispetto a Macugnaga, è casa sua, proprio come Ayas per me. La guardo contenta, sana e salva, penso a cosa ha condiviso con me in questi due giorni, a come ancora una volta ha tenuto duro e portato a casa la giornata.

Non dico nulla, me la tengo stretta, e sorrido per tutta la lunga discesa fino al Caffé delle Guide di Alagna, che ci aspetta.

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